Sono più di 300mila i contribuenti entrati nel regime dei “nuovi minimi” negli ultimi due anni. Giovani alla prima attività, autonomi, professionisti, ex dipendenti che hanno perso il lavoro e, in misura minore, pensionati che cercano di arrotondare l’assegno.
Nel Paese che ha il record internazionale del tax rate, la prospettiva di pagare una sola imposta al 5% – senza Irap e Iva – diventa irrinunciabile per tutti coloro che riescono a rientrare nei requisiti fissati dall’ex ministro Giulio Tremonti nell’estate del 2011.
Un esempio? Un giovane professionista con un imponibile annuo di 18mila euro, se ha le carte in regola per i minimi, può chiudere i conti con il Fisco pagando 900 euro. E restando così con oltre 1.400 euro al mese di guadagno. Se dovesse versare le imposte ordinarie, invece, rimarrebbe con poco più di mille euro al mese. L’importo esatto dipende dalle addizionali comunali e regionali all’Irpef e dall’Irap – che variano molto a livello territoriale – ma l’ordine di grandezza non cambia.

Il divario è notevole, dunque. E può fare la differenza tra proseguire l’attività economica o chiudere bottega. Soprattutto se si pensa che il regime dei minimi è riservato a chi guadagna fino a 30mila euro all’anno, ha investito meno di 15mila euro e non ha svolto altre attività d’impresa con partita Iva nei tre anni precedenti. Un pacchetto di condizioni che – insieme agli altri paletti dettati nel 2011 – fa sì che il regime venga spesso scelto dai giovani professionisti che si affacciano per la prima volta sul mercato: avvocati, architetti, informatici, agenti di commercio, e così via.

I dati delle Finanze indicano che nel 2012, tra gli under 35 che hanno aperto una partita Iva, uno su due è entrato nel regime dei minimi. Le elaborazioni del Sole 24 Ore del lunedì, poi, dimostrano che – se il trend proseguirà nelle ultime settimane dell’anno – alla fine del 2013 ci saranno più di 200mila giovani nel regime agevolato: quasi i due terzi del totale.

Al momento, si può sfruttare il fisco leggero per un massimo di cinque anni, con un’importante eccezione a favore dei più giovani: chi è entrato prima dei 31 anni, infatti, può comunque restare tra i minimi finché non ne compie 35. Il problema è che le regole potrebbero cambiare ben prima di queste scadenze naturali. Il Ddl di delega fiscale – già approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato – punta a un’operazione di riordino di tutti i regimi agevolati previsti finora (si veda anche l’articolo in basso) anche nell’ottica di semplificare la scelta per le micro-attività produttive.

La parola finale spetterà, poi, al Governo con i decreti attuativi. Ma se, per esempio, si dovesse ragionare su un meccanismo simile ai vecchi minimi (per i quali l’aliquota era al 20%) molti contribuenti si troverebbero comunque a pagare da un anno all’altro il 15% di tasse in più. Nel caso del nostro professionista, vorrebbe dire scendere da 1.425 a 1.200 euro netti al mese.

In attesa di vedere che cosa succederà con la delega fiscale, dunque, la sfida decisiva per i minimi è quella della crescita dei ricavi. Indispensabile per reggere alla fine del regime agevolato (a scadenza o per modifiche di legge). Ma anche tremendamente complicata in tempi di crisi economica.

 

Hai letto: Grande successo per il regime dei minimi scritto il: 28/11/2013 da Studio Pusceddu » Tags: ,

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